venerdì 25 novembre 2011

Interviste ad Aiesil - 3



Un'appassionata e interessante riflessione di Gianni Ambrosini dei CRA Abruzzo e Molise.

Almeno questo periodo di “crisi”, un beneficio l’ha portato: le morti sul lavoro e gli infortuni sul lavoro sono diminuiti. Dovremmo essere contenti, e invece… 

Oramai, per chi lavora in questo ambito, è una certezza: l’entrata in vigore del nuovo D.lgs. 81/2008 non ha apportato i grandi benefici sperati. Si parlava di una rivoluzione del sistema, di un nuovo modo di gestire la sicurezza sul lavoro …
Ma come si pretende di cambiare un sistema sofferente e carente alla base?


Tante, troppe, sono le difficoltà che il decreto 81 incontra. I “soggetti della sicurezza” ad esempio.

Tanti medici competenti si fanno vivi solo quando si tratta di fare le visite o di partecipare alla riunione periodica (spesso convocata secondo le loro disponibilità), mentre sono latitanti quando si tratta di collaborare ad una valutazione dei rischi, di visitare i luoghi di lavoro o di collaborare all’attività di formazione e informazione dei lavoratori.

Tanti consulenti che ricoprono il ruolo di responsabile del servizio di prevenzione e protezione esterno non sono altro che “fornitori” del datore di lavoro, (dunque stipendiati dal datore di lavoro) che, pur di non rescindere il contratto, “non gli rompono troppo le scatole”, limitandosi a redigere documenti e ad impilare carta su carta.

Troppi datori di lavoro che (cito testualmente l’espressione più ricorrente) “devono fare la sicurezza”, come se tutelare la salute e la sicurezza dei propri lavoratori fosse solo un onere senza senso ed imposto dall’alto, (continuo le citazioni) “se no mi fanno la multa”…

Tanti rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza che non hanno affatto consapevolezza del proprio ruolo: c’è ancora chi pensa che farsi eleggere RLS sia un modo per non lavorare, oppure c’è chi ha paura del “padrone” e non esercita correttamente il proprio ruolo; c’è anche chi non vede l’ora di farsi eleggere come rappresentante per vendicarsi di anni di ingiustizie.

Infine, i lavoratori: molte volte sono loro i primi “artefici” della non sicurezza. E questo è un aspetto che non viene quasi mai a galla. “Disattenzione”, “menefreghismo”, “superficialità”, “sbruffoneria”, “ignoranza”: questi sono i termini che più frequentemente andrebbero letti sulle sentenze, al posto di “esorbitante”, “abnorme”, “imprevedibile” o “pedanteria”.

Queste figure sono definite “soggetti della sicurezza”, ma in realtà sono “oggetti” , anzi “pedine”, “marionette” del sistema.

Si parla tanto di sicurezza sul lavoro, di infortuni, di malattie professionali e di sanzioni stratosferiche, ma raramente si incontrano realtà dove si fa concretamente sicurezza sul lavoro e dove essa è vista ad ogni livello come una priorità.

Non sono i compiti o gli obblighi a mancare. Non siamo carenti di sanzioni o di ruoli.
È la consapevolezza della situazione che manca. È la coscienza dell’obiettivo che manca. È la cultura della sicurezza a mancare.
Se pensiamo di diminuire le morti bianche solo sanzionando a destra e manca, non abbiamo capito nulla.


Dopo questa “j’accuse” stile  Emile Zolà, cosa mi aspetto? Non saprei, forse rispolverando qualche bella frase del calibro “ e che ci vuoi fare, siamo pur sempre Italiani, no? ”, si potrebbe chiudere degnamente questo testo, con l’amara convinzione che questo sistema carente non verrà mai del tutto sanato.

Tanto domani è un altro giorno; milioni di lavoratori andranno a lavoro e nulla cambierà.
Al contrario: almeno per 2.500 lavoratori, domani sarà un giorno “diverso”, quanto meno “da ricordare”.
Per qualcun altro invece, domani, non sarà semplicemente un giorno “da ricordare”: a qualche famiglia, domani, cambierà la vita.
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