mercoledì 11 maggio 2011

Intervista al procuratore Guariniello

Intervista interessante al procuratore Raffaele Guariniello che rivela aspetti insoliti del magistrato.
L'intervista di Niccolò Zancan é apparsa sul quotidiano La Stampa del 31 ottobre 2010.

Procuratore Guariniello, è ancora vero che lei vive murato a Palazzo di Giustizia?
Vero. Sto in ufficio fino all’una di notte, anche durante il weekend. Il sabato e la domenica sono ottimi per fare lavori che richiedono più tempo e più studio. Ma non è un sacrificio, io mi diverto.

I suoi affetti non la reclamano?

I miei figli ormai sono grandi, quando erano piccoli stavo moltissimo con loro.

Cosa fa nel tempo libero? 

La palestra è fondamentale, cerco di andarci tutte le sere dalle 19,30 alle 20,30, poi ritorno in ufficio. E quando rientro a casa, verso l’una di notte, mi dedico alla lettura. Amo molto la poesia, mi piace moltissimo la musica classica. E quando posso, soprattutto in viaggio, vado a vedere l’opera.

Perché la palestra è fondamentale? 

È finalizzata al lavoro. Riesco a rendere molto di più. Mi libera il fisico e la mente, è una cosa che consiglierei a tutti.

Quanto dorme per notte? 

Quattro ore e mezzo.

Mai avvistato a un’occasione mondana. Perché? 

I mie maestri mi hanno insegnato la discrezione e la riservatezza. Evitare rapporti con le persone per poter avere più autonomia e libertà sul lavoro.

Chi sono i suoi maestri? 

Bobbio, Galante Garrone e Conso. Proprio quest’ultimo, con cui ho preso la docenza di procedura penale, mi ha insegnato a lavorare di sera...

Si aspettava maggiore interesse per il processo Thyssen? 

Al contrario: ci sono grandi aspettative e non solo a Torino. Ma non si manifestano nelle forme morbose che, purtroppo, vediamo caratterizzare gli eventi di questi giorni. È un interesse più colto, volto a capire quali implicazioni potrebbe avere la sentenza.

Esiste una scuola torinese in ambito giudiziario? 

Direi proprio di sì. Secondo me, l’anima della scuola è l’organizzazione. Abbiamo capito che non è importante il singolo individuo, ma mettere insieme tante persone, con specifiche competenze. Ho sempre pensato che sarebbe bene trasportare questo metodo sul piano nazionale.

Thyssen, cozze avariate, Sla, Eternit, mozzarelle blu, amianto, cellule staminali, un traffico di cani, la sicurezza dei treni, per parlare solo del 2010: come fa a seguire tutte queste inchieste? 

Proprio perché c’è un’organizzazione. E perché abbiamo forze di polizia giudiziaria eccezionali, altamente specializzate, con cui il dialogo è continuo.

I suoi detrattori dicono: tante ne apre, poche ne chiude. Cosa risponde?

Mi sembra che ne sto chiudendo anche troppe, ho difficoltà a fare tutte queste udienze.

Qual è un suo difetto?

Vorrei essere ancora più incisivo. Riuscire a cambiare di più alcune cose, ma il limite a tutto questo lavoro è il territorio.
 

Cosa intende? 
Prendiamo il caso delle mozzarelle blu. Ogni Procura conosce un pezzo della storia, nessuna il mosaico complessivo. Ecco perché ho questa idea nel cassetto di una Procura nazionale sui grandi temi della salute, sul modello già realizzato in Francia.

Perché resta nel cassetto? 

Dico una cosa che sembrerà un po’ buffa: noi dobbiamo ancora fare l’Unità d’Italia. Faccio un esempio: in Calabria ho parlato con un bravissimo procuratore che aveva fatto una ricerca, scoprendo che negli ultimi dieci anni erano stati aperti solo 20 fascicoli per infortuni sul lavoro. Mi ha detto: "Qui l’infortunio lo gestisce l’uomo d’onore".

Ha ricevuto proposte di candidature da destra e da sinistra: è pentito di non aver accettato?
No, purtroppo nel nostro lavoro si impara a ragionare in scienza e coscienza, l’arte della politica non è nel mio registro.

Quale mestiere vorrebbe fare in un’altra vita?
Il giornalista. Ma come si faceva una volta, d’inchiesta.

Quali sono i suoi posti torinesi?
Palestra in corso Bramante, librerie Luxemburg e Fnac. Un negozio che si chiama "Il classico". Sogno di vivere al mare, ma ho bisogno della città per trovare subito quello che cerco.

Ha mai pensato che Torino potesse starle stretta? 

Era tutto fatto per il mio trasferimento alla Procura di Roma. Nelle mie intenzioni era una specie di sfida, portare altrove il metodo Torino. Ma poi ci sono stati questi processi importanti e ho ritenuto di revocare la domanda.

E Torino?

Torino non mi è mai stata stretta. Trovo che questa città sia splendida per fare il lavoro del magistrato, è un laboratorio eccezionale. Se riusciamo a fare emergere una giurisprudenza è perché c’è un terreno fertile. Se fossi andato a Roma tutto questo mi sarebbe molto mancato, temo.

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